Ho accettato di candidarmi con Liberi e Uguali alle elezioni regionali per sdebitarmi in qualche modo dei privilegi di cui godo, delle opportunità che famiglia e scuola pubblica mi hanno offerto. Un’occasione per ribadire a me stesso, una volta di più, che un lavoro, seppur precario, e una casa mi garantiscono tempo, serenità ed energie, negate invece a tanti altri, da impiegare al servizio della comunità.

Quando ci lamentiamo dell’inadeguatezza della classe dirigente di questo paese, spesso accantoniamo, magari inconsciamente, una realtà inconfutabile: noi stessi ne siamo parte e dobbiamo dunque confrontarci con le nostre responsabilità.

Non è facile. La generazione cui appartengo si scontra con un’insicurezza costante, una precarietà pervasiva e aggravata dal senso di colpa e dalla paura del fallimento, in una competizione che fa del successo economico e di immagine un traguardo ambito e per i più irraggiungibile.

Tocca anche e soprattutto a noi, fuori dalla insopportabile retorica del giovanilismo, portare avanti un’idea di società in cui l’uguaglianza tra tutte le donne e tutti gli uomini sia l’irrinunciabile presupposto alla libertà di ciascuno. Dal lavoro alle migrazioni, dalla scuola alla sanità, dall’ambiente alla casa, dai diritti civili all’antifascismo, non c’è ambito di lotta che sia slegato dagli altri e che non sia centrale per la dignità dell’essere umano.

Oggi, più che mai, è necessario scegliere da che parte stare. Per questo faccio politica.