Accesso alle cure: un diritto per tutti o un servizio per pochi?

Spesso si presenta la sanità lombarda come una eccellenza, ma la spesa nazionale in calo rispetto al PIL e quasi tre decenni di svalutazione del sistema pubblico rispetto al privato hanno causato danni enormi. Se crediamo sia giusto che la Repubblica tuteli la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisca cure gratuite agli indigenti, come da dettato costituzionale, bisogna invertire la rotta.

Cominciamo dalla fine: i pazienti cronici

La riforma sanitaria, il cui relatore è oggi candidato nelle file del PD, presentata nel 2015 sotto la giunta a guida Maroni, è l’ultimo dei passi compiuti dalla destra nella esternalizzazione delle cure, in questo caso per i pazienti affetti da patologie croniche. La legge, che potete approfondire ad esempio qui, mette oltre 3 milioni di cittadini lombardi potenzialmente nelle mani di gestori privati, che potranno occuparsi di un numero esorbitante di persone, fino a duecentomila, con un budget annuale e una lista di esami disponibili ricavata da piatte statistiche. L’enorme potere dato ai gestori nel rapporto con il singolo cittadino viene sigillato in un contratto di tipo privatistico, con il profitto degli enti privati come asse portante, e i dati sanitari e personali diventano patrimonio del gestore che a sua volta ha la possibilità di estrarre valore da questi.

È indiscutibile la necessità di decongestionare gli ospedali e innanzitutto i reparti di pronto soccorso, ma la risposta deve consistere in un rafforzamento dei presidi pubblici di medicina di territorio, con il coinvolgimento degli enti locali e dei medici di base, come avviene nelle case della salute ad esempio in Emilia-Romagna e come si proponeva il programma della coalizione a sostegno di Pisapia alle elezioni comunali milanesi del 2011, da questo punto di vista totalmente disatteso. Fondamentale sarebbe anche un maggiore investimento nel sostegno agli anziani, visto il costante innalzamento dell’età media della popolazione, e più in generale per facilitare, in strutture adeguate, l’assistenza ai pazienti, anche dal punto di vista delle politiche sociali, una volta avvenuta la risoluzione del quadro acuto in ospedale.

Il privato convenzionato e le risorse economiche

Non si può pensare che cliniche che fanno solo esami diagnostici di un certo tipo abbiano gli stessi costi degli ospedali pubblici, che devono far funzionare un reparto di pronto soccorso e non possono certo scegliere di mantenere solo le prestazioni sanitarie più remunerative.

I rimborsi al privato vanno rivisti con decisione al ribasso. Con i risparmi, ad esempio, si potrebbero garantire contratti di lavoro degni ai giovani medici che escono dalle scuole di specialità, oggi spesso assunti a progetto o con partita iva, e alle infermiere e agli infermieri, in balia del precariato e delle cooperative esterne: un vero e proprio sfruttamento che danneggia anche e soprattutto i cittadini che usufruiscono del Servizio Sanitario Nazionale.

È necessario smettere di distribuire le risorse economiche esclusivamente sulla base delle prestazioni erogate, come se il sistema sanitario fosse una macchinetta automatica per le merendine. I fondi vanno assegnati in funzione di obiettivi di salute pubblica che possono essere fissati con scadenza annuale o pluriennale in un Piano Regionale Sanitario, discusso, emendato e approvato dal Consiglio.

Eccessi diagnostici e terapeutici

“Nei paesi ad alto reddito il problema delle sovradiagnosi e dei sovratrattamenti, con i conseguenti danni per la salute degli individui e della popolazione, ha assunto dimensioni abnormi, anche se la maggior parte dei cittadini e degli stessi operatori sanitari sembra avere poca consapevolezza di ciò, come del fatto che l’uso inappropriato di risorse può pregiudicare nel tempo la disponibilità stessa di risorse.” Così scrive la Rete Sostenibilità e Salute in un comunicato stampa e le proposte di Choosing Wisely Italia, volte a favorire un maggior dialogo dei medici e degli altri professionisti della salute con i pazienti e i cittadini, dovrebbero essere integrate da un meccanismo di tutela per i medici stessi, di modo che non siano spinti ad agire in ragione di eventuali ricorsi legali, ma dall’esclusivo interesse per la salute del paziente.

Conflitto di interesse

Le modalità di esercizio della libera professione (intramoenia) non possono in alcun modo pregiudicare l’esigibilità del diritto alle cure di tutte e tutti.

La nomina dei direttori sanitari non può ridursi a una spartizione tra i partiti che compongono la maggioranza: si tratta in primo luogo di garantire la massima professionalità e indipendenza di chi è chiamato a ricoprire ruoli importanti all’interno di un servizio pubblico essenziale, che costituisce peraltro la voce di spesa di gran lunga più impattante sul bilancio regionale.

Ticket sanitario

A meno di rendere più progressivo il sistema fiscale nazionale, è utile e necessario rimodulare le regole per l’esenzione dal pagamento dei ticket applicando in modo combinato l’esenzione per reddito con quella per patologia. Sopra un certo livello di reddito non risulterà più applicabile l’esenzione per patologia con l’eccezione di un numero ridotto e selezionato di prestazioni. Contemporaneamente vanno aboliti i superticket per tutti i cittadini.

Questione maschile

In Lombardia sembra che da decenni i vertici delle istituzioni abbiano un problema con le donne, che inspiegabilmente non possono usufruire di alcuni diritti che dovrebbe essere invece garantiti da leggi nazionali. Per questo bisogna prevedere bandi di assunzione di personale medico, ospedaliero e dirigente che vada verso la definizione di una percentuale di medici obiettori non superiore al 50%, potenziare i consultori familiari, rendendoli veri luoghi di ascolto dei bisogni delle persone sul territorio, prestando attenzione particolare per le fasce sociali deboli.

È impossibile pensare alla salute come a una questione scollegata dalle condizioni socio-economiche delle persone e dal contesto culturale da cui provengono, dalla gigantesca problematica del cambiamento climatico e alla conseguente necessità di una rivoluzione ecologica. Per questo l’approccio al tema della sanità deve essere quello della salute in tutte le politicheHealth in All Policies.

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