Diritto al tetto

“Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari.” Dichiarazione universale dei diritti umani.

Le liste d’attesa sconfinate (ventiseimila domande solo a Milano e Città Metropolitana) e il drammatico numero di sentenze di sfratto (12.308 nel 2015, il 19% del totale nazionale, il 90% dei quali per morosità incolpevole), oltre alle continue alienazioni del patrimonio residenziale pubblico gestito da Aler e la floridezza del mercato delle aste giudiziarie, dimostrano quanto poco in questi anni la Regione si sia occupata di quello che è un diritto fondamentale della persona.

Pensiamo a quante risorse rinunciamo ogni anno a causa dell’abolizione dell’IMU sulla prima casa per chiunque, milionari compresi. Sappiamo che è una scelta nazionale, ma facciamo due conti grossolani: in Lombardia vivono quasi 4 milioni e mezzo di famiglie, circa il 75% delle quali in una casa di proprietà. Se prendiamo in considerazione una imposta media di 204 euro annui, significa che stiamo parlando di 700 milioni di euro, con i quali si potrebbero ristrutturare oltre 45000 abitazioni (contando 15000 € ciascuna).

Come ricordato anche altroveconcedere la residenza alle persone che hanno perso la casa o che in generale vivono in situazioni di irregolarità significa non privarle di diritti fondamentali. Questo permetterebbe anche di non pregiudicare il loro iter per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica: una situazione paradossale, causata da criteri iniqui.

Ci ricordiamo dello Sblocca Italia come di una legge pessima. E lo è, ma va anche sottolineato che il comma 1 bis dell’articolo 26, che ha come titolo “Misure urgenti per la valorizzazione degli immobili pubblici inutilizzati”, afferma che “hanno priorità  di valutazione i progetti di recupero di immobili a fini di edilizia residenziale pubblica, da destinare a nuclei familiari utilmente collocati nelle graduatorie comunali per l’accesso ad alloggi di edilizia economica e popolare e a nuclei sottoposti a provvedimenti di rilascio per morosità incolpevole, nonché gli immobili da destinare ad autorecupero, affidati a cooperative composte esclusivamente da soggetti aventi i requisiti per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica.”

Di fatto questo articolo è a oggi lettera morta, mentre riteniamo che, come l’Unione Inquilini sostiene da tempo, una sua seria applicazione non solo sarebbe d’aiuto nel garantire il diritto a un’abitazione ma permetterebbe anche di ridurre il consumo di suolo attraverso la rigenerazione delle costruzioni esistenti.

Un progetto che abbiamo seguito da vicino e che riteniamo sia una buona pratica da valorizzare è quello del Residence Sociale Aldo Dice 26×1. Qui, in un immobile abbandonato al degrado e recuperato a vantaggio di tutto il quartiere, nel corso degli anni, decine di famiglie che non avevano ancora avuto l’alloggio popolare che spettava loro di diritto hanno trovato una sistemazione che rispettasse la loro dignità di persone. Il tutto con benefici evidenti per la collettività, a fronte di costi irrisori.

Le case vuote puzzano di marcio e di sconfitta

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