Ho sottoscritto il “Patto per lo stage 2018” perché la precarietà lavorativa delle giovani generazioni è un danno per tutto il paese, perché sono convinto che il lavoro va pagato, altrimenti si chiama sfruttamento, perché – l’ho vissuto sulla mia pelle – gli uffici di job placement delle università pubbliche funzionano e devono essere dei punti di riferimento per chi, dopo gli studi, cerca lavoro.

Per ridare credito alla politica bisogna prendersi impegni concreti e rendere conto del proprio operato. Dimostrare insomma che è possibile cambiare in meglio la vita di tutte quelle persone che fanno fatica.

(Non nascondo un certo stupore nel constatare che tra i firmatari del patto ci sono candidate e candidati che, a livello nazionale, hanno sostenuto e sostengono politiche di precarizzazione e svalutazione del lavoro.)

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